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FORVM`s Classical Numismatics Discussion Board  |  Ancient Coin Discussions In Other Languages  |  Forum di discussione di Numismatic in Italiano (Moderator: paolo)  |  Topic: MITI, LEGGENDE E PERSONAGGI 0 Members and 1 Guest are viewing this topic. « previous next »
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Author Topic: MITI, LEGGENDE E PERSONAGGI  (Read 92342 times)
Postumus
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Iterum rudit leo.


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« Reply #25 on: April 01, 2006, 08:25:58 pm »

AUTORE: Postumus

TITOLO: 25) CADUCEO

La sua immagine, raffigurante spesso due serpenti attorcigliati in senso inverso intorno ad una verga ornata d'ali, è stata rinvenuta, oltre che nei templi greco-romani, su tavolette indiane dell'antica civiltà vedica e altrove. Il reperto archeologico più antico è una coppa appartenuta al re Guda della città mesopotamica di Lagash, alla confluenza dei fiumi Tigri ed Eufrate, sulla quale è nitidamente inciso il simbolo.

Eccolo su di un denario di Vespiano
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Caius Marcus Latinus Cassianius Postumus
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« Reply #26 on: April 01, 2006, 08:35:09 pm »

AUTORE: Postumus

TITOLO: 26)VENERE

Era originariamente una dea dei giardini e degli orti, in seguito identificata con Afrodite, la dea greca dell'amore e della bellezza. In epoca imperiale era venerata sotto diverse sembianze: come Venus genitrix era madre dell'eroe Enea, capostipite del popolo romano e in particolare della gens Iulia, cui appartenne Giulio Cesare; come Venus felix, apportatrice di fortuna; come Venus victrix, colei che procura la vittoria; come Venus verticordia, protettrice della castità femminile. Venere era moglie di Vulcano, dio della lavorazione dei metalli, ma gli era spesso infedele. Tra i suoi numerosi amanti vi furono Marte, dio della guerra, il bellissimo pastore Adone e Anchise, padre di Enea. Venere era anche la madre di Cupido, dio dell'amore.

Eccola rappresentata su di un antonianiano di Julia Domna
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Caius Marcus Latinus Cassianius Postumus
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« Reply #27 on: April 01, 2006, 08:38:49 pm »

AUTORE: Postumus

TITOLO: 27) GIOVE

Il padre degli dei, figlio del dio Saturno, che spodestò. In origine dio e re del cielo, Giove era venerato come dio della pioggia, del tuono e del fulmine. Come protettore di Roma veniva chiamato Iuppiter Optimus Maximus ("il migliore e il più grande") ed era venerato in un tempio sul Campidoglio. In quanto Iuppiter Fidius era il custode della legge, il difensore della verità e il protettore di giustizia e virtù; i romani identificavano Giove con Zeus, il dio supremo dei greci, e assegnavano al dio latino gli attributi e i miti della divinità greca. Nella letteratura latina, perciò, Giove ha molte caratteristiche greche, mentre nel culto religioso romano era sostanzialmente immune dagli influssi greci.

Eccolo rappresentato su di un antoniniano di Valeriano I
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Caius Marcus Latinus Cassianius Postumus
roth37
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« Reply #28 on: April 22, 2006, 07:42:52 am »

AUTORE: roth37

TITOLO: 28) DIOSCURI

Il loro nome significa "Figli di Zeus" (Dios Kuroi). Così vennero designati nella mitologia greca due coppie di gemelli: Anfione e Zeto, chiamati i Dioscuri tebani e Castore e Polluce i Dioscuri spartani.
Anfione e Zeto furono allevati da pastori e, da grandi, uccisero Lico, Re di Tebe, che aveva ripudiato la loro madre. Anfione, istruito da Mercurio, suonava meravigliosamente la lira, al punto che assieme al fratello veniva considerato l'inventore della musica. Si racconta che quando si accinse a fabbricare le mura di Tebe, le stesse pietre, quasi come una danza, andassero a collocarsi da sè le une sulle altre.
Ma i due eroi Dioscuri per antonomasia furono Castore e Polluce. La madre di entrambi fu Leda, che aveva concepito un uovo dal quale sarebbero nati. Non si seppe così mai con precisione chi fossero i padri. Si presume che il primo, Castore, che era mortale, sarebbe nato assieme alla sorella Clitemnestra da Tindaro, suo legittimo marito. Il secondo, Polluce, immortale, nato con Elena, fosse figlio di Zeus che si era trasformato in cigno per l'occasione. I Dioscuri erano forti e belli, immagini ideali giovanili, e rappresentavano il soggetto preferito degli scultori antichi. Castore era un guerriero, domatore di cavalli, Polluce un pugile. Furono partecipi a numerose imprese: aiutarono gli Dei dell'Olimpo contro i Giganti, parteciparono alla spedizione degli Argonauti ed alla famosa caccia contro il cinghiale Calidonio.
Per sposarle, rapirono le figlie di Leucippo, sacerdotesse di Apollo, già spose promesse di Ida e Linceo, gemelli e cugini dei Dioscuri. Ma Castore e Polluce ignoravano questo fatto. Il giorno delle nozze Ida e Linceo giurarono ai Dioscuri eterna vendetta e ritornarono in Messenia per prepararsi alla lotta. Castore e Polluce, per punire la loro alterigia, rubarono una mandria di buoi di proprietà dei cugini, poi si posero in agguato nel tronco cavo di una vecchia quercia. Ma Linceo, che aveva il dono di penetrare tutto con gli occhi, li scoprì, e Ida , scagliando la sua lancia attraverso l'albero, uccise Castore. Furente Polluce trafisse Linceo che stava fuggendo, raggiungendolo presso la tomba del loro padre. Ida divelse la stele e stava per lanciarla contro Polluce, quando Zeus, per proteggere suo figlio, lo fulminò.
Polluce ottenne da Zeus di non essere separato dal fratello a patto che trascorressero insieme un giorno sull'Olimpo ed uno negli Inferi. Così i fratelli stanno un giorno presso Zeus e l'altro nella tomba presso Terapne, di fronte a Sparta. Qui venne eretto anche un santuario per Elena, la quale rapita da Paride, non poteva essere più protetta perchè i Dioscuri avevano avuto la disputa con Ida e Linceo. Poterono solo proteggere la nave che portava la sorella verso Troia, cavalcandole a fianco sui flutti a difesa delle onde furiose. Perciò i Dioscuri, sempre pronti a soccorrere i pericolanti, erano venerati dai marinai.
Erano anche inseparabili dai loro cavalli: quello di Castore si chiamava Cillaro, regalo di Era, quello di Polluce Xanto, omaggio di Ermes.
Anche i Romani, per il loro congeniale carattere guerriero, importarono il loro culto prima del 500 a.C. Pertanto si dice che i Dioscuri poterono dare il loro appoggio ai Romani già a partire dalla battaglia del lago Regillo (496 a.C.), dove essi, apparendo improvvisamente sotto forma di due giovani cavalieri di splendore divino, si misero alla testa delle truppe romane trascinandole alla vittoria. Scomparvero, finita la battaglia, per ricomparire sul Foro romano, dove abbeverarono i loro cavalli ed annunciando tale vittoria alla popolazione. Si narra che altre tre volte si ripetesse il miracolo della loro apparizione in aiuto ai Romani: nella battaglia di Pidna (168 a.C.), contro i Cimbri (101 a.C.) e nella battaglia di Farsalo (48 a.C.) in aiuto di Cesare contro Pompeo.
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Sergio Rossi
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PLINIUS
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« Reply #29 on: April 25, 2006, 03:54:19 pm »

AUTORE. PLINIUS

TITOLO: 29) I LARI   


C’è un'unica moneta romana sulla quale vengono raffigurati i Lari: si tratta di un denario della Gens Caesia, emesso nel 112 (RRC 298/1). Al diritto Apollo Vejovis, una divinità ambigua e poco nota con caratteristiche miste tra Apollo e Giove. Al rovescio due figure sedute su una roccia, imbraccianti un’asta. Tra loro un cane, una delle due figure posa una mano sulla testa del cane. Le due figure sono i Lares, anime degli antenati e protettori della casa, raffigurati in coppia nell’atto di fare la guardia.
Nel sentimento religioso romano esseri divini erano presenti in tutto l'universo, nei fenomeni atmosferici e in ogni atto della vita individuale, familiare, sociale e politica. Quindi un numero straordinario di divinità presiedeva a ogni fase della vita umana (nascita, infanzia, adolescenza, matrimonio, morte); il proprio Genio proteggeva ogni individuo; Lari e Penati custodivano l'ambito domestico; specifici dei vegliavano sulla città; Lemuri e Mani erano categorie diverse delle anime dei morti. La religione romana prese le mosse dall'animismo, in cui le forze naturali possono essere blandite solo da un rito magico. In seguito furono formalmente catalogate le numerose potenze divine negli Indigitamenta. Si trattava di precisi rituali per indicare nomi e attributi dei dii certi, che dovevano essere invocati in modo corretto.
I Lari erano spiriti tutelari, che i Romani credevano fossero le anime di persone morte, che facevano ufficio di protettori, nell'interno delle case di ciascuno, sul proprietario, sulla sua famiglia e la sua sostanza. Non erano considerati divinità, come i Penati, ma solo spiriti guardiani. La famiglia romana, quindi, si componeva non solo dei membri ancora in vita, ma anche di quelli trapassati, dei quali bisognava mantenere l'onore ed il rispetto.
I Lari venivano rappresentati con statuine di giovani coronati da lauro, tunica corta; talvolta i giovinetti erano coperti da pelle di cane ed avevano piedi di cani : ciò esaltava la loro funzione di fedeltà e di guardia. Il culto si esprimeva mediante una porzione del vitto familiare offerto loro su piccoli piatti; nei giorni di festa si aprivano i loro altari e si ornavano con ghirlande votive. Quando una sposa entrava nella casa del marito, il suo primo dovere era offrire un sacrificio ai Lari.
Secondo Ovidio, i Lari erano due gemelli nati dalla ninfa Lara ed erano gli Dei protettori della proprietà agraria.
Secondo varie fonti, talora contraddittorie, i Lari esistevano in molte varianti o tipi a seconda della specifica protezione che apportavano:

Lares familiares – la famiglia nella domus
Lares compitales: incroci delle strade
Lares Patrii, la patria
Lares Permarini i viaggi marini
Lares Praestites, mantenevano l’ordine tra gli altri Lari
Lares rurales, i campi
Lares Viales, i viaggiatori.
Presto tuttavia i romani persero il sentimento di queste divinità immanenti e subirono l'influenza delle divinità greche tramite gli etruschi e la Magna Grecia, fino a importare a Roma l'intero Olimpo. Verso la fine dell'età repubblicana sopraggiunsero infine i culti orientali dall'Asia minore, dalla Siria e dall'Egitto
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...et iam summa procul villarum culmina fumant, maioresque cadunt altis de montibus umbrae.
GIONATA
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« Reply #30 on: April 29, 2006, 08:53:30 am »

AUTORE: GIONATA

TITOLO: 30) GRIFONE

Il grifone che bestia!!!!
Se permettete vorrei dire un pò di cose sull'iconografia dei grifoni nella storia.
Sapete chi furono i primi popoli a parlare di grifoni?Huh
Furono gli Sciti e i popoli della steppa conosciuti come Hsiung-Nu (probabilmente i famosi Unni) che possiamo localizzarli storicamente dalle sponde del Mar Nero,Mar Caspio,Lago d'Aral fino ai margini della Cina, deserto di Taklimakan e i monti Altai.
I grifoni nella mentalità dei popoli delle steppe erano creature più che semi-leggendarie,erano esseri che davvero esistevano.Erano adorati nel pantheon mitologico come guardiani dei confini del mondo e come custodi di magnifici tesori.
Ritenevano che questi grifoni popolassero l'attuale zona che corrisponde al Deserto dei Gobi e che fungessero da mostri per il confine del mondo umano da quello sovrannaturale e che avessero il controllo di tutto l'oro dei giacimenti circostanti e di inestimabili ricchezze.
I Grifoni erano rispettati e temuti anche perchè in effetti gli Sciti avevano ragione:essi sono realmente esistiti.
Non sono altro che quelle belve che segnarono il passaggio evolutivo dai dinosauri agli uccelli, per cui furono effettivamente visibili per metà Dinosauri e per metà Uccelli.Ho detto visibili perchè oggi come nel passato nel deserto sopracitato affiorano numerosissimi scheletri fossili dalle sabbie di questi "grifoni" e che quindi potevano facilmente essere visti con i loro occhi increduli e sbalorditi di nomadi erranti e di gente semplice.
La mitologica figura del grifone fu iniziata a essere scolpita nei fregi,incisa nel legno e battuta sul ferro delle placche delle armature nonchè disegnata sui stendardi di battaglia in seta di questi popoli tanto viaggiatori e bellicosi.
Con la fondazione delle colonie greche sul Mar Nero e comunque con i rapporti commerciali intercorrenti tra i popoli nomadi dell'Asia centrale e le città della Grecia, la mitologia scita iniziò a contaminare quella greca che effettivamente intorno alla fine del IV sec. d.C. iniziò ad utilizzare come propria l'immagine dei grifoni.
L'iconografia del grifone fu poi irradiata al resto del mondo conosciuto non solo attraverso la Grecia ma soprattutto con lo spostamento delle masse nomadi verso l'Europa centro-orientale in epoca databile intorno agli ultimi decenni pre-Cristo, fenomeno poi conclusosi all'epoca della fine dell'Impero Romano.
I "barbari" delle steppe e le popolazioni germaniche che comunque avevano convissuto in maniera promiscua a loro negli utlimi secoli nella zona danubiana (ad esempio Quadi) portarono in ogni angolo d'Europa le loro idea mitologica del grifone che chiaramente assorbì significati diversi a seconda dei contesti geografici in cui si inseriva.In particolar modo l'iconografia del grifone ebbe enorme diffusione in Britannia negli ultimi secoli dell'impero di Roma grazie alle numerose ondate di truppe ausiliarie di origine sarmata che popolarono il confine segnato dal Vallo di Adriano, originato tra l'attuale Inghilterra e Scozia per difendere le terre dell'impero dai temibili Pitti e Caledoni.
Un altro popolo delle steppe, gli Alani (che discendevano secondo la tradizione da gruppi di Sarmati e Massageti), assunsero anche loro come emblema identificativo della loro etnia il grifone. La storia ci insegna che gli Alani si spostarono in lungo e largo per tutta l'Europa e addirittura varcarono lo stretto di Gibilterra occupando le regione del Maghreb insieme con i barbari germanici Vandali (428 d.C. , Guntarico si proclama Rex Vandalorum et Alanorum). Una minima parte di essi restarono nella zona a ridosso del Caucaso (l'attuale repubblica federale russa dell'Ossezia) e tutt'oggi la bandiera di questa Stato rappresenta un grifone.
Il grifone resta comunque il soggetto principale anche delle rappresentazioni artistiche barbariche di queste zone dell'Asia centrale denominata "Arte Animalesca", il cui appellativo è autodescrittivo.
Grifoni ed altri animali semi-leggendari caratteristici delle raffigurazioni dell'Arte Animalesca le vediamo anche tatuate sulla pelle delle mummie ritrovate nei tumuli sepolcrali delle steppe.





Ionia-Teos
immagine tratta da coinarchives.com e moneta presente in asta n.77
della ditta Auktionshaus H. D. Rauch GmbH.

Tracia, Abdera
Statere circa 510-490
immagine tratta da coinarchives.com emoneta presente in asta 33 della ditta Numismatica Ars Classica


Bandiera nazionale dell'Ossezia settentrionale-Alaniya

(bibliografia: Howard Reid,Arthur the dragon king-2003 Newton and Compton;
N. Ascherson,Black Sea-Jonathan Cape,1995;
J.B.Coe-S.Young,The Celtic Sources for the Arthurian Legends-Llanerch Publishers,1995;
J.Davis-Kimball,A.Bashilov,L.T.Yablonsky,Nomads of the Euriasian Steppes in the Early Iron Age-Zinat Press,1995;)


 
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lele
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« Reply #31 on: May 08, 2006, 01:06:04 am »

AUTORE:  LELE

TITOLO: 31) MEDUSA

Una delle tre Gorgoni che erano tre creature mostruose figlie di Forci e di sua moglie Ceto. le sue sorelle erano Steno ed Euriale.
Le Gorgoni erano creature mostruose con il corpo ricoperto di squame, i capelli fatti di serpenti, le mani di bronzo, in alcuni casi raffigurate zanne effilate e barba.
Vivevano all'estremo ovest, vicino all'oceano a guardia dell ingresso del mondo sotterraneo. Medusa era la sola ad essere mortale,ed il suo sguardo poteva trasformare chiunque la guardasse in pietra.
Esiste un particolare mito che dice che Medusa fosse originariamente una splendida fanciulla , ella però violò il templio di Atena giacendo con Poseidone ( Nettuno) Atena offesa trasformò i capelli di Medusa in serpenti e fù fatta uccidere da Perseo con l'aiuto di Hermes. La sua testa tagliata fù portata ad Atena che la pose sul suo Aegis, il medaglione che portava sul petto.
Dal suo corpo nacquero il gigante Crisaoro ed il cavallo alato Pegaso, frutto della relazione con Poseidone

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tacrolimus
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« Reply #32 on: May 08, 2006, 07:54:15 am »

AUTORE: Tacrolimus (*)

TITOLO: 32) IL DESULTOR (draft)

Una emissione dell'88 a.C. attribuita a Caius Marcius Censorinus raffigura al rovescio la figura di un desultor (fig 1.1). Questa la descrizione:

Zecca di Roma (88 a.C.)
D/ Teste affiancate di Numa Pompilio, con barba, ed Anco Marzio, senza barba, entrambe volte a destra.
R/ Desultor al galoppo su cavallo a destra con copricapo conico e con frusta nella mano destra. Un secondo cavallo affiancato. Simbolo sotto i cavalli. C.CENSO in esergo
Crawford n. 346/1d

Il desultor fa sporadiche ma significative apparizioni sul rovescio delle monete romane repubblicane. Il desultor, o saltatore di cavalli, era un accrobata ricorrente nei giochi circensi romani, ma presente in altre culture antiche. L'abilità di saltare da un cavallo all'altro era ad esempio diffusa anche tra i cavalieri degli eserciti della Numidia, tra gli Sciiti, gli Armeni e gli Indiani. Se ne trovano descrizioni anche nell'Iliade. Il desultor romano si caratterizza per eseguire le sue acrobazie su due cavalli ed è riconoscibile per il cappello conico di feltro che indossava.

Sulle monete romane il desultor appare per la prima volta in epoca repubblicana sul rovescio del denario firmato da Titus Quinticus Trogus databile al 112-111 a.C., RRC 297/1a-b (fig 1.4). Sfugge il rapporto tra Ercole ritratto al dritto ed il desultor di Quinticus Trogus, così come il ratto posto sotto gli zoccoli dei cavalli.
Nel tardo periodo repubblicano, esattamente nel 44 a.C., P. Sepullius Macer emette tre denari il cui rovescio riproduce un desultor con una iconografia simile a quella dell'esemplare di C.Marcius Censorinus (figg 1.2 e 1.3). Per quanto a mia conoscenza, questa è l'ultima sua apparizione monetale.

La moneta di C. Marcio Censorino presenta al dritto i ritratti di profilo ed affiancati di Numa Pompilio ed Anco Marzio; l'identifacazione è confermata, anche in assenza di iscrizioni da una emissione in bronzo, un asse, dello stesso monetiere con le medesime teste accollate, ma la legenda NUMA POMPILI(us) ed ANCUS MARCI(us). Il monetiere appartiene alla gens Marcia e ritra quindi due suoi antenati.

Il desultor del rovescio è un'altro richiamo al passato della gens Marcia; si alluderebbe infatti all'istituzione dei ludi Apollinare, nel 212 a.C. come suggerimento dell'indovino Marcius, da cui i Marci sarebbero discesi (vedi, Alteri G., Tipologia delle monete della repubblica di Roma).

Il desultor di C.Marcio Censorino è diverso da quello di T. Quinticus Trogus; mentre quest'ultimo ricorda lo stile equestre di due belle emissioni di Suessa e Tarentum (figg. 1.5 e 1.6), dove il desultor appare in andatura trionfale con una palma, il desultor di Marcio Censorino ha il capo coperto con il pileo, raffigurato nell'atto di scoccare la frusta; anche se lo stile dell'emissione è piuttosto grezzo, la postura del desultor rende bene l'effetto della corsa.

Dopo il 44 a.C. l'iconografia del desultor scompare dalla monete romane e non se ne trova traccia sulle emissioni imperiali; in questo periodo ai giochi si alludeva mediante la rappresentazione dell'imperatore o di edifici come il Circo Massimo o il Colosseo. Il desultor continua invece ad abbellire altri oggetti della produzione romana, ad esempio le lucerne dove decora i dischi di alcuni esemplari. Un esempio è illustrato in figura 2. Conservata nel museo di Sabratha, proviene dal teatro di quella città (da Elda Joly, Lucerne del museo di Sabratha). La lucerna è databili tra il 40 ed il 96 d.C. e secondo alcuni autori è un prodotto di importazione dall'Italia meridionale o dalla Sicilia (argilla fine e ben depurata di colore tra il giallo chiaro e l'arancione) o centrotirrenica; secondo teorie più recenti si tratterebbe di una produzione imitativa locale.

Luigi

(*) Ringrazio Centurione, Euriale, Gionata, Lele, Lucio e Plinius per i contributi forniti.
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I would never want to belong to any club that would have someone like me for a member (Woody Allen paraphrasing Groucho Marx)
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« Reply #33 on: May 11, 2006, 06:53:38 am »

AUTORE: roth37

TITOLO: 33) I TELCHINI

In origine erano divinità positive, poi divenuti geni malefici e negativi.
Erano i figli del mare (o del Sole), avrebbero fondato l'Isola di Rodi, le città di Kamiro, Ialiso e Lindo. Da lì sarebbero emigrati nell'Isola di Creta, dove Rea avrebbe affidato il piccolo Poseidone alle loro cure affinchè lo educassero. Sarebbero stati i primi a lavorare i metalli ed a scolpire immagini degli dei. Fabbricarono la falce di Crono ed il tridente di Poseidone. Si attribuivano loro anche virtù magiche e poteri demoniaci, per cui Zeus, avrebbe voluto sterminarli, ma, avvertiti da Artemide si sarebbero dispersi per i quattro venti. Erano esseri alquanto misteriosi, maghi e profeti. Avevano il dono della metamorfosi: apparivano come uomini con coda di pesce o con zampe palmate o come serpenti. Da un lato si parla di nove Telchini, sacerdoti di Rea, dall'altro sembrano essere un intero popolo. Furono uccisi da Apollo o da Zeus per aver reso sterile Rodi, bagnandola con l'acqua dello Stige.
Esiste un'ipotesi affascinante che la parola Telchini sia la medesima come Tyrrhenoi; data la facile intercambiabilità delle liquide "r" e "f". I Tyrrhenoi, ossia i Tirreni, non sarebbero altri che gli Etruschi; ciò collimerebbe con la leggenda secondo cui gli Etruschi sarebbero venuti in Italia dall'Egeo.
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Sergio Rossi
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lele
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« Reply #34 on: May 12, 2006, 06:23:03 am »

AUTORE:  lele

TITOLO: 34) ATENA

Atena fu la dea delle arti femminili che comprendevanno il filare, il tessere, il cucinare e fù la dea della guerra però a
differenza di Ares non ebbe un carattere violento ed agressivo. Atena nacque direttamente dalla testa di Zeus. Prima di Sposarsi con Hera, Zeus ebbe diverse mogli tra cui Temi, Mnemosine e Meti. Meti era la signora della prudenza, e quando era ancora la moglie di Zeus, gli annunciò di aspettare un figlio, lui rallegratosi della buona notizia andò dalla madre Rea per condividere la gioia con lei. Rea gli profetizzò che Meti avrebbe avuto una figlia, ma se avesse avuto un altro figlio, questo l’avrebbe spodestato proprio come lui fece con Crono. Zeus terrorizzato dalla notizia profetizzata dalla madre, decise, di sacrificare l’amore di Meti e, un giorno, mentre i due stavano riposando, egli aprì la bocca e la inghiottì. Nessuno seppe quale fine capitò a Meti, ma Zeus dopo un po’ di tempo iniziò ad avvertire forti mal di testa e mentre passeggiava lungo le rive di un fiume, il dolore si fece più acuto. Dall’Olimpo, scesero tutti gli dei ed Ermes, che era astuto, indovinò subito l’origine del male, quindi prendendo una lama affilata fece una piccola fenditura nel cranio di Zeus, dove, da questa, uscì Atena. Essa fu venerata come protettrice della città d’Atene alla quale assegnò il nome, e dove fu anche nominata Atena degli ulivi perché, fu proprio quest’albero che la dea fece crescere attorno alle mura di cinta della città.

Foto1: tetradramma di Atene vecchio stile suberato  400 a.C.
foto 2: tetradramma di Atene nuovo stile

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miglio
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« Reply #35 on: May 13, 2006, 12:02:41 pm »

AUTORE: miglio

TITOLO: 35) ARETUSA


La Dea cara ai Siracusani, fu ninfa dell'Elide, in Arcadia e compagna di Artemide.
Il fiume Alfeo, nel quale un giorno, dopo la caccia Aretusa si bagnava, fu preso d'amore per lei ed assunte forme umane la inseguì.
La ninfa invocò aiuto ad Artemide, la quale la trasformò in fonte, la sprofondò sotto terra e la riportò alla luce nell'isoletta di Ortigia, presso Siracusa.
Alfeo, ritornato fiume, potè mescolare le proprie acque con quelle della sorgente.
Il mito di Aretusa costituì il motivo dominante nella coniazione delle monete siracusane fra i secoli V e III a.C., giudicate le più belle del mondo, opera degli artefici Euclide e Cimone d'Ortigia.
In esse, specoe nei tetradrammi, la ninfa è raffigurata in prospetto mentre intorno alle sue chiome guizzano pesci e delfini.
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petronius arbiter
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« Reply #36 on: June 07, 2006, 02:57:07 pm »

AUTORE: petronius arbiter

TITOLO: 36) PETRONIUS ARBITER

Beh, perchè no? Grin

Le poche note biografiche su Petronius Arbiter si ricavano dai capitoli 18 e 19 degli Annales di Tacito, dove è narrata la morte di un certo C. Petronius vissuto sotto Nerone e obbligato a uccidersi nell’anno 66 d.C. in seguito alla scoperta della congiura di Pisone.
 
“Quanto a Petronio, bisogna riferire qualcosa di più: durante il giorno dormiva e attendeva di notte alle necessità e ai piaceri della vita. Come ad altri la loro operosità, così la sua indolenza gli aveva procurato grande rinomanza: ma non era ritenuto un crapulone e un dissipato, come la maggior parte di quelli che danno fondo alle proprie fortune, bensì un voluttuoso raffinato. Perfino l’abbandono e la noncuranza con cui si muoveva e parlava, diventavano in lui una sorta di gradevole semplicità. Tuttavia, come proconsole in Bitinia, e poi come console, aveva dato prova di energia e di competenza. Quindi, rituffatosi in una vita che era o voleva apparire viziosa, fu accolto tra i pochi intimi del principe diventando alla corte di Nerone un arbitro di eleganza, il fine intenditore di quello che fosse, in mezzo a tanta ricchezza, bello e raffinato.”

Il passo tacitiano continua soffermandosi ad illustrare prima l’invidia di Tigellino, poi la macchinazione messa in atto per eliminarlo, ed infine la sua morte, che lo vide tagliarsi le vene per non soffrire, rifiutare ogni discorso serio e, per ultimo, inviare all’imperatore i suoi codicilli nei quali, sotto il nome di giovani invertiti e prostitute, si era divertito a raffigurare le dissolutezze del principe e dei suoi amici.   

Purtroppo, dopo la vivace descrizione tacitiana, che ci ha restituito in tutta la sua freschezza la parabola umana di un personaggio che altrimenti si sarebbe perso nei meandri della storia, bisogna aspettare secoli prima di risentir parlare del nostro: il primo a farne timidamente menzione è un grammatico africano del terzo secolo, Terenziano Mauro, che riporta alcuni versi di un certo “Petronius” detto anche “arbiter elegantiae”.
E soltanto il nome, più qualche rara citazione di versi, ci hanno lasciato, lungo un arco di vari secoli, una serie di letterati ed eruditi; ad ogni modo, nonostante ci sia stato perfino chi ha rintracciato nel romanzo impronte databili alla metà del terzo secolo, è opinione quasi unanime che il Petronio descritto da Tacito e il Petronio autore del Satyricon siano la stessa persona.

Il Satyricon è un lungo frammento narrativo di un’opera in prosa, con alcuni inserti in versi, di indiscutibile qualità artistica: il frammento in nostro possesso corrisponde ad un intero libro dell’opera, il 15°, e ad alcune parti dei libri 14° e 16°; l’estensione complessiva dell’opera doveva perciò essere notevole (paragonabile, secondo alcuni, a quella di “Guerra e pace” di Tolstoj).
Scritto nel linguaggio diretto e colloquiale tipico del volgo, il
Satyricon è molto più di un’audace e brillante parodia del romanzo greco d’amore e d’avventura; attraverso le vicende di Encolpio, Ascilto e Gitone, si viene infatti illuminando lo straordinario affresco di una Roma imperiale brulicante di arricchiti, matrone lussuriose, poetastri e parassiti, che vanno a comporre il capolavoro parodistico e satirico della latinità: l’opera con cui l’ “arbitro del gusto” ci ha lasciato un quadro insuperato della sensualità pagana, ma anche una sottile chiave di lettura dei sintomi di decadenza dell’impero romano.
 
E le monete? Naturalmente non ce ne sono con l’effigie di Petronius, così come non esistono suoi ritratti di alcun genere.
Così, per restare in tema con l’argomento del Satyricon, a corredo dell’articolo trovate la foto di due “spintriae”, le tessere erotiche che pare dovessero servire come mezzo di pagamento nei lupanari poiché, in base a  un ben preciso divieto che risale a Tiberio, in tali posti non si potevano introdurre le monete che recavano l’effigie dell’imperatore.

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« Reply #37 on: June 08, 2006, 07:37:29 am »

AUTORI: Plinius & roth37

TITOLO: 37) LE MUSE

Quinto Pomponio Musa, magistrato romano, nel 66 a.C. ha fatto emettere una serie di monete con rappresentazione delle MUSE o Dee della montagna.
Erano figlie di Zeus e Mnemosine ("la memoria", figlia di Gea e di Urano), nate dopo nove mesi sotto la vetta nevosa dell'Olimpo, dopo da 9 notti d'amore. Poi Apollo le portò sul monte Elicona dove danzavano e cantavano nel bosco sacro presso la fonte Ippocrate. Numerose sono le leggende che collegano le Muse con i miti di Orfeo, Dioniso ed Apollo, guida e maestro del loro coro.

Erano:

CLIO - LA GLORIFICANTE (CANTO EPICO E STORIOGRAFIA)
EUTERPE - LA RALLEGRANTE (MUSICA DI FLAUTI)
TALIA - LA FESTOSA (COMMEDIA)
MELPOMENE - LA CANTANTE (TRAGEDIA)
TERSICORE - COLEI CHE GODE DELLA DANZA (DANZA E LIRICA CORALE)
ERATO - SUSCITATRICE DI NOSTALGIE (POESIA AMOROSA)
URANIA - LA CELESTE (ASTRONOMIA)
POLINNIA - RICCA DI INNI (CANTO SACRO)
CALLIOPE - BELLA VOCE (CANTO EROICO ED ELEGIACO)

Il corrispettivo a Roma delle Muse erano le Camene, antiche divinità femminili latine che davano vaticini. Una di esse fu anche la ninfa Egeria: Più tardi esse vennero identificate con le Muse, alle quali si facevano offerte di latte ed acqua.
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« Reply #38 on: August 04, 2006, 09:19:41 am »

AUTORE: gionata
TITOLO: 38) ERCOLE

La leggenda e l’epica hanno completamente travisato la figura di questo eroe, poichè tale fu, e di questo grande uomo antico.
Il vero nome di Ercole era Melkart e la sua nazionalità, a dispetto di come comunemente i Greci cercavano di intendere, era fenicia.
Melkart non era un essere vivente dotato di superpoteri o di una forza bestiale, era semplicemente un navigante e un “imprenditore-mercante”. I Fenici si sa furono grandi navigatori e Melkart fu uno di costoro anzi il più famoso.
Costui viaggiò in lungo e largo tutto il Mar Mediterraneo spingendosi poi nei territori dell’entroterra, partendo dalla costa, alla ricerca di materie prime e beni da acquistare e parimenti mercati che potessero accettare i suoi prodotti. Comunque Melkart fece di più: si spinse oltre il Mare Nostro attraversando lo stretto di Gibilterra (considerato il confine invalicabile del mondo per qualsiasi uomo eccetto che per Ercole e che divennero note nell’antichità come Colonne d’Ercole)  e poi risalendo dalla foce il corso del fiume Guadalquivir. Qui come in altri luoghi disseminati nel Mediterraneo Melkart fondò una città, l’attuale Siviglia, che comunque si presentava come un centro-emporio, cioè uno scalo commerciale e punto di riferimento per mercanteggiare con il ricchissimo popolo dei Tartessi (probabili discendenti di Atlantide).
In ogni luogo in cui giunse Melkart introdusse la religione fenicia e conseguiva il monopolio dei prodotti destinati ai fini gusti orientali. Scoprì giacimenti minerari e fu il leader del commercio delle pelli animali, in particolare quelle di toro. Per questa infinità di meriti religiosi, scientifici e civici quando egli morì fu elevato agli altari dal popolo fenicio nella sua patria di origine e le sue avventure di navigatore furono così esagerate e deformate da trasformarsi in leggenda. Col passare del tempo Melkart fu prima eroe poi santo e dio e la sua devozione passò alla vicina Grecia cambiandogli il nome in Herakles (Eracle), agli Etruschi come Hercle e quindi ai Romani col nome di Hercules (Ercole).
Nell’epica greco-romana Ercole era figlio di Alcmena (sposa di Anfitrione, che era vergine prima del concepimento di Ercole e restò vergine anche dopo tale nascita) e di Zeus (Giove).
Mentre Anfitrione era in battaglia Zeus, assunte le sembianze di costui, si congiunse per una durata di tre giorni con Alcmena. Al suo ritorno dalla battaglia anche Anfitrione generò un figlio. Fu così che successivamente Alcmena partorì due gemelli: Ificlo ed Eracle. Il bambino aveva un forza straordinaria ma attirava le ire e l’odio di Era moglie di Zeus. Era attentava alla vita del neonato Ercole allora il padre divino escogitò di appoggiarlo al seno di Era mentre ella dormiva con il risultato che il neonato divenisse immortale avendo bevuto latte di dea. Era quando si svegliò riconosciuto il bambino lo allontanò da sé di colpo e in questo gesto il latte che sgozzo dai suoi seni costituì la Via Lattea.
Eracle aveva una forza tanto grande che fu in grado di strangolare due serpenti introdotti nella culla dei due gemellini da Era. O per esempio uccise il suo maestro di musica colpendolo con forza smisurata con la sua lira. Per mettere al riparo il mondo dalla sua incosciente forza sovraumana fu allevato in una fattoria fino ai diciotto anni.
La prima impresa di Eracle fu l'uccisione del leone del monte Citerone, che massacrava le greggi di Anfitrione. Dopo averlo ucciso, lo scuoiò e se ne mise addosso la pelle, usando la testa come elmo.
Fu autore della sconfitta dell’esercito di Orcomone che occupò Tebe (una delle sue possibili città natali insieme con Argo secondo la mitologia greca).
Creonte, re di Tebe, colmò Eracle di onori elevandolo al rango di protettore delle città. Gli diede anche la figlia in sposa, Megara, mentre la sorella minore andò in sposa a Ificlo. I due fratelli ebbero numerosi figli (quelli di Eracle furono 8 ).
Era, non ancora soddisfatta, prese di mira Eracle, facendolo impazzire. Eracle si gettò addosso a Iolao, il maggiore dei suoi nipoti e l'avrebbe ucciso se non fosse riuscito a sfuggirgli.
Eracle afferrò quindi l'arco per uccidere dei nemici immaginari e, prima che potesse recuperare le sue facoltà mentali, aveva ormai ucciso due dei suoi figli e due figli di Iolao.
Quando Eracle vide le conseguenze della sua follia, decise di estraniarsi dal mondo, chiudendosi in un rifugio sotterraneo e rifiutando di vedere chiunque, piangendo la morte dei poveri bambini.
Ercole si recò poi presso l’oracolo di Delfi per capire come potesse espiare le sue colpe. L'oracolo gli ingiunse di servire il re di Argo Euristeo: fu per lui che compì le famose dodici fatiche, a cui ne seguirono molte altre.
Finito il suo servizio presso Euristeo, ritornò a Tebe, si separò dalla moglie Megara (che andò in seconde nozze a Iolao poiché osservandola provava un enorme senso di rimorso per i neonati uccisi) e cercò per sé una nuova sposa.Eracle venne a sapere che Eurito, figlio del re di Ecalia, voleva maritare la propria figlia, Iole. Eurito era un bravissimo arciere e promise la figlia a chiunque avesse dimostrato di saper usare l'arco meglio di lui.
Eracle lo sconfisse, ma Eurito lo accusò di aver usato frecce magiche, trattandolo come uno schiavo. Eracle abbandonò la città senza replicare, nonostante il suo desiderio di vendicarsi.
Intanto Eurito scoprì che dalle scuderie mancavano dodici giumente ed accusò Eracle di averle rubate, in cambio della mancata promessa di matrimonio. Affidò quindi al figlio Ifito di recuperare gli animali.
Ifito non credeva alla colpevolezza di Eracle e si mise alla ricerca degli animali perduti. Le giumente erano state rubate da Autolico, il principe dei ladri, che le aveva rivendute ad Eracle, senza che l'eroe ne potesse sospettare la provenienza.
Durante le sue ricerche, Ifito arrivò a Tirinto, la dimora di Eracle, al quale raccontò i fatti accaduti. Eracle promise di aiutarlo e lo ospitò nella sua casa.
Ifito vide le giumente del padre e tradì i suoi sospetti, in un eccesso d'ira, Eracle gettò giù dal tetto della propria casa Ifito, uccidendolo.Il delitto era imperdonabile, in quanto commesso nella propria casa ai danni di un ospite.
Eracle doveva sottoporsi nuovamente al rito della purificazione, ma i suoi amici rifiutarono di compierli, l'unico a venirgli in aiuto fu Deifobo di Amicle, ma Eracle era così ossessionato dal delitto commesso, che decise di recarsi a Delfi per l'assoluzione. Ma non vi trovò conforto.
La pitonessa rifiutò di interrogare l'oracolo, dichiarando che non avrebbe mai risposto ad un essere come lui.
Eracle divenne furente, creando confusione nel santuario e impadronendosi del tripode sacro, gridando che si sarebbe fatto da solo il suo oracolo. Pizia invocò Apollo, il dio arrivò a Delfi ed affrontò Eracle, che gli si gettò incontro.
I due si batterono con grande furia, tanto da obbligare l'intervento di Zeus per separare i suoi due figli. Lasciò alla Pizia il compito di scegliere la pena per la morte di Ifito e per la profanazione del santuario.Eracle fu nuovamente reso schiavo e fu acquistato per un anno da Onfale, regina di Lidia, ed il denaro andò ai figli di Ifito.
Numerose furono le imprese di Eracle per la sua padrona, ma questa volta la sua schiavitù non fu penosa. Onfale si innamorò di lui e, secondo alcune versioni, lo sposò ed ebbero tre figli.Eracle ritornò a Tirinto, pronto per nuovo avventure. Laomedonte era incorso nell'ira di Poseidone, che gli aveva mandato un mostro che devastava i campi e maltrattava la popolazione. Il re di Troia consultò l'oracolo di Zeus, che gli suggerì di sacrificare sua figlia Esione, questo era l'unico modo per liberare la città dal mostro.
Mentre Eracle passava da quelle parti, vide Esione incatenata ad una roccia in riva al mare, la liberò e la riportò alla sua famiglia. Propose quindi a Laomedonte di liberarlo dal mostro in cambio dei cavalli divini di Zeus, ricevuti come ricompensa per il rapimento del figlio di Ganimede. Laomedonte accettò.
Atena gli venne in aiuto e suggerì ai troiani di costruire un terrapieno lungo la riva. Eracle vi si nascose, attendendo l'arrivo del mostro. Da lì Eracle uccise il mostro, non appena emerse dalle acque. Passato il pericolo, Laomedonte ingannò Eracle, dandogli due cavalli normali. Eracle scoprì l'inganno e lascio la città furente, maledicendo Laomedonte.
Tornò a Tirinto per reclutare dei guerrieri, tra questi Iolao, Oicleo di Argo, Peleo e Telamone.
La guerra fu vinta da Eracle e Laomendonte fu ucciso con tutta la sua famiglia, eccetto Podarce e Esione. Podarce fu salvato dalla sua onestà, in quanto cerco di contrastare l'imbroglio del padre, mentre Esione riscattò dalla schiavitù il fratello e sposò Telamone.
Podarce ereditò il regno di Troia e, in ricordo del riscatto della sorella, cambiò il suo nome in Priamo (che significa "riscatto").Le avventure troiane diedero ad Eracle il piacere del combattimento, tanto da attaccare il regno dell'Elide, per vendicarsi di Augia che gli aveva rifiutato il compenso stabilito per avergli pulito le stalle.
Eracle vinse e continuò il suo cammino verso Pilo, dopo averlo conquistato, diede il trono a Nestore figlio di Peleo. Gli episodi di questa guerra verranno raccontati da Nestore durante la guerra di Troia (Iliade, libro XXIII).Infine Eracle si stabilì in Etolia, chiese la mano di Deianira figlia di Oineo, re di Calidone. Per ottenerla dovette combattere contro il dio fluviale Acheloo, che sconfisse.
Il matrimonio fu felice, ma fu interrotto da un altro evento drammatico: l'uccisione di un parente di Oineo. Questi fungeva da coppiere ed ebbe la sfortuna di sporcare Eracle mentre gli versava l'acqua sulle mani per lavarsi dopo il pasto; furente, Eralce lo spinse via con tanta forza da ucciderlo.Eracle e Deianira decisero quindi di stabilirsi a Trachis, in Tessaglia. Durante il viaggio arrivarono ad un fiume, dove incontrano il centauro Nesso, che si offri di farli attraversare senza pericolo. Appena arrivato sull'altra riva, Nesso afferrò Deianira e fuggì con lei al galoppo.
Eracle prese l'arco ed uccise il centauro, vicino alla morte, Nesso disse a Deianira di raccogliere il sangue che sgorgava dalla sua ferita, in quanto quel sangue gli avrebbe assicurato l'amore eterno di Eracle, la donna prese un'ampolla che aveva con se e la riempì, pensando di poterla utilizzare in futuro.Giunti a Trachis, Eracle volle prendersi la rivincita su Eurito, che lo insultò accusandolo di slealtà nella prova per ottenere la mano della figlia. Ma prima di dichiarare guerra, consultò l'oracolo di Dodona, ripetendo a Deianira il responso del dio Zeus: questa guerra avrebbe potuto essere la sua ultima impresa seguita da una vita tranquilla o dalla sua morte.
Eracle sconfisse Eurito, uccidendolo con tutta la sua famiglia ad esclusione di Iole, che mandò a Trachis presso Deianira.
Deianira accolse la principessa con molti dubbi. Ormai la guerra era vinta, perché risparmiare Iole? Eracle mandò un araldo a Deianira, affinché gli facesse avere dei vesti nuovi. La donna si ricordò del sangue del centauro e ne fece un unguento da spalmare sui vestiti.
La vendetta di Nesso era compiuta, nel suo sangue era presente il veleno dell'idra di Lerna, in cui Eracle aveva intinto la punta delle sue frecce e che quindi era passato nel suo sangue.
Non appena Eracle indossò i vestiti, si senti bruciare la pelle. Il veleno lo faceva soffrire crudelmente, tanto da sentire la morte vicina. Chiese al figlio Illo di preparargli un rogo in cima al monte Eta e gli promise anche che avrebbe sposato Iole.
Quando il rogo fu pronto, Illo e Iolao vi portarono Eracle, ma nessuno dei due ebbe il coraggio di appiccarvi il fuoco. Fu quindi Eracle a chiamare un pastore che di li passava, ordinandogli di accendere il rogo. Il pastore ubbidì, ed Eracle, riconoscente, gli donò le sue armi: arco, faretra e frecce. Quindi salì sul rogo, coprendosi con la sua pelle di leone.
Iolao, Illo e il giovane pastore, Filottete, iniziarono i loro lamenti funebri.
Mentre si alzano le fiamme del rogo, si senti il rombo di un tuono e prima di morire, Eracle fu portato dal padre Zeus sull'Olimpo.
Iolao fondò un santuario in onore del padre e Illo sposò Iole; Deianira, saputo di aver provocato involontariamente la morte del marito, si uccise.
Sull'Olimpo Eracle fu accolto calorosamente, Era si riconciliò con lui e lo adottò come figlio; qui Eracle sposò Ebe. Eroe atletico, Eracle era considerato il leggendario fondatore delle Olimpiadi.
Numismaticamente Ercole è presente su monete fenicie, puniche, greche, romane.
Eccone alcuni esempi:


Dinastie della Lycia, Kherei circa 410-390
Stater, Telmessos circa 410-390, AR 8.53 g
NAC sale 25, 2003, 191


Tetradrachm, postumo a nome di Alessandro III il Grande, Amphipolis, circa 315-294 BC. AR 17.17 g
Baldwin's Auctions Auction date: January 11th, 2006


Re di PAEONIA
LYKKEIOS, re nel periodo 356 - 335 BC
Baldwin's Auctions Ltd
Auction date: January 11th, 2006

altro esempio
http://www.forumancientcoins.com/board/index.php?topic=26931.msg178367#msg178367


CYZICO. Stater, elettro, circa 440-415 BC
Baldwin's Auctions Ltd
Auction date: January 11th, 2006


CYZICO. Stater, elettro, circa 430-415 BC
Baldwin's Auctions Ltd
Auction date: January 11th, 2006



Quadrante Roma repubblicana circa 189-180, æ 9.58 g
Numismatica Ars Classica  Auction 33



ETRURIA, Populonia. ca 211-206 BC. AR 20 Assi (8.08 gm).



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« Reply #39 on: September 08, 2006, 08:19:00 am »

AUTORE: roth37

TITOLO: 39) TRIPODE

Cos'era ? Quale il suo significato?

Era un calderone, un bacile, un braciere, di origine orientale, usato anche come sgabello, posto su tre lunghe gambe e generalmente di bronzo.

Costituiva un oggetto votivo agli dei, un gradito dono agli ospiti ed un premio nelle gare sportive.

Nel tempo di Delfi era rifasciato con la pelle di Pitone e su di esso si sedeva la Pizia quando doveva vaticinare.
Il primo tripode fu ripescato dal mare da alcuni marinai, cui un oracolo ordinò di donarlo all'uomo più sapiente del mondo. Lo offrirono ai Sette Saggi, ma ognuno di loro lo rimandava ad un altro, finchè Talete lo mandò ad Apollo a Delfo.
Un giorno Eracle, non ottenendo dalla Pizia un responso, saccheggiò il tempio e rubò il tripode. Allora intervenne Apollo. Ad impedire una guerra fra Eracle ed Apollo intervenne Zeus che separò i due contendenti. Ad Eracle sarebbe stato dato il responso richiesto, che era quello di come guarire dalla follia, purchè avesse restituito il tripode. Così fu.
Fin da allora la si dava vinta ai contestatori violenti ...
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« Reply #40 on: October 17, 2006, 10:40:30 am »

AUTORE: roth37

TITOLO: 40) LITUUS

Sembra si tratti di una parola etrusca, ma non è certo.
La parola definisce un bastone che finisce con una curva o spirale, senza nodi, che era il segno della carica  di sacerdozio in Roma. Era principalmente tenuto per augurio. Con esso il sacerdote etrusco (?) limitava lo spazio sacro: era quindi il segno del potere. 
Questa parola veniva anche usata in latino per descrivere una tromba curva alla fine. Era lunga e diritta, ma con il bocchino formava un angolo; era utilizzato anche dai Galli e frequentemente imitava il verso di un animale.
Il Lituus, come bastone, faceva parte anche delle vestigia dei Patriarchi di Aquileia, ma in questo periodo veniva molto decorato.
il bastone che indicava "autorità" si trova abbastanza comunemente nelle monete romane soprattutto imperiali ed in certe monete greche, ma è molto caratteristico per  riconoscere in particolare le monete di Ponzio Pilato.
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« Reply #41 on: February 07, 2008, 05:36:19 am »

AUTORE: roth37

Titolo: 42) BERENICE IIª

Berenice IIª fu la più famosa delle diverse Principesse e Regine d'Egitto. Figlia di Magos, Re di Kyrene visse da circa il 246 al 221 a.C. Fu sposa di Tolomeo III° Evergete e fu forse uccisa da suo figlio Tolomeo IV°. Da un ricciolo della chioma o dalla chioma intera è nata la sua leggenda.
Innamoratissima del marito fece un voto: avrebbe sacrificato la sua chioma in cambio del ritorno vittorioso del suo sposo da una spedizione militare in Siria, dedicandola ad Afrodite. Tolomeo ritornò con un vistoso bottino e Berenice fu lieta di adempiere al voto. Ma il giorno dopo la chioma regale sparì dal Tempio.
Il famoso Conone di Samo, astronomo di Corte, aveva appena scoperto una nuova costellazione fra Boote e Leone che fu chiamata "Chioma di Berenice", nome tuttora in essere, inventando così il mito che Afrodite l'avrebbe trasferita dal Tempio al Firmamento, nello stesso modo come gli Dei avevano già trasferito la corona di Arianna.
Questo fatto venne cantato da Callimaco con un poemetto tradotto in latino da Catullo (carme 66) e commentato dal Foscolo. Ha ispirato anche il poemetto satirico di Pope "Il ricciolo rapito", in cui anche la ciocca di Berenice venne mutata in stella.
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« Reply #42 on: May 06, 2008, 10:25:24 am »

AUTORE: roth37

Titolo: 43) TYCHE

Per Esiodo è una delle Oceanine. Figlia di Oceano e di Teti, dea del destino. Per altri era figlia di Zeus.
In epoca ellenistica era la protettrice dello Stato. Ogni città le aveva perciò eretto un santuario, contro gli inesplicabili progetti della sorte.
Nella mitologia romana era la dea Fortuna e del caso, identificata dai Greci con Tyche.
In origine era l'antica dea italica della crescita e della fertilità. Era invocata dalle giovani spose romane per ottenere fertilità o un parto riuscito.
Secondo i "Fasti" di Ovidio (libro VI) la sua festa si celebrava l'11 giugno. La dea continuò a svolgere un ruolo preminente anche durante il Medioevo e compare in raccolte duecentesche di canti in latino, tedesco e francese: i "Carmina burana". Alcuni di questi testi sono stati musicati da Karl Orff.
Ogni città venerava praticamente una propria Tyche, rappresentata col capo cinto da una corona turrita e recante in mano per scaramanzia simboli di prosperità e di buon augurio, cornucopia o con il dio Pluto  fanciullo
(personificazione della ricchezza) fra le braccia.
Pindaro la chiama anche protettrice delle navi. Forse è per questa trafila - navi e marinai sono alla mercè della buona o della cattiva sorte - che Tyche divenne una divinità del destino col potere di decidere le fortune dei singoli e delle collettività.
Spetta alla civiltà latina, che ne ha esteso, approfondito ed assimilato il culto, il diritto di assegnare il nome definitivo di Fortuna alla dea del caso, dell'accadimento fortuito che può essere indifferentemente fonte di bene
e di felicità permanenti oppure di un' interminabile sequenza di sciagure.
Tyche, per i Greci, era quello che capitava, sempre intenta a seguire i balzi di una palla, nel suo moto imprevedibile, come la fortuna degli uomini.
A Roma invece le si attribuì molta più importanza, non solo ricollegandola al tempo e ai tempi della natura Fortuna (che deriva da Vortumna, colei che fa volgere l'anno), ma anche pensandola come l'energia che spinge irresistibilmente i sessi ad accoppiarsi garantendo in questo modo la continuità della comunità umana. E se, onorandola come Fortuna Virilis, si riteneva che in questa vicenda cruciale la dea approvasse che l'iniziativa
venisse presa dal sesso forte, anche alle donne era riconosciuto un ruolo attivo: ogni anno le matrone romane, simbolicamente, invadevano le Terme maschili in cerca di .. buona Fortuna !
A Palestrina, antica Preneste, sorgeva il Santuario della Fortuna Primigenia, il più importante monumento del Lazio di età repubblicana, sede di un frequentatissimo oracolo. Poche divinità godettero a Roma di un'attenzione e di un culto così vasto.
Sulle monete Tyche è frequentemente raffigurata con una cornucopia o un timone.
Una variante piuttosto comune è la Tyche come Dea della città, enfatizzata da una corona turrita.  Il miglior esempio conosciuto è quello di Antiochia, che mostra la Tyche cittadina seduta sopra una roccia con il fiume Oronte che scorre ai suoi piedi.
A Melos è stato trovato un tipo poco comune dove la Tyche dell'isola è una figura seminuda che tiene un fanciullo sopra il suo braccio. Un tempio di Tyche (o Tychaeum) è coniato sulle monete di questa zecca, assieme a rappresentazioni delle statue ivi contenute.
Una naturale estensione del nome di Tyche è quello di Agata Tyche, Buona Fortuna, che si trova sulle monete di Nicea, ma anche su altre zecche.
A Sicione (Peloponneso), infine, è stata trovata una moneta che mostra Tyche in adorazione sull'Acropoli.
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« Reply #43 on: May 06, 2008, 10:30:12 am »

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« Reply #44 on: May 06, 2008, 10:33:13 am »

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« Reply #45 on: June 06, 2008, 12:06:40 am »

AUTORE: justinopolitanus

TITOLO: 44) ZOE CARBONOPSINE

Zoe Carbonopsine (dagli occhi neri come il carbone) fu la quarta moglie dell'imperatore bizantino  Leone VI il Filosofo (866-912), dopo essere stata la sua amante e avergli generato un figlio, il futuro Costantino VII (905).

Il patriarca Nicola Mistico aveva accettato di battezzare il bambino purchè Leone non sposasse Zoe, ma l'imperatore, dopo aver ottenuto il battesimo per il figlio, non mantenne la promessa e la sposò nel giro di qualche giorno.

Si accese qui l'ostilità tra Zoe e il Patriarca che alla fine fu sostituito da Eutimio (907).

Alla morte di Leone (912) prese il potere suo fratello Alessandro che chiuse Zoe in un convento e richiamò il patriarca Nicola Mistico; questi di fatto resse poi il potere dopo la morte di Alessandro (913).

Questo quadro di lotte interne riflette però anche la tensione con Simeone di Bulgaria, sempre più aggressivo nei confronti di Bisanzio.

Il patriarca Mistico, favorevole a un'alleanza, accolse Simeone in città e si impegnò a un matrimonio tra la figlia del sovrano bulgaro e Costantino VII.

Una rivolta però mandò a monte i progetti filobulgari del Patriarca, Zoe tornò a prevalere (914) e si riaccese la guerra coi Bulgari, che vide i Bizantini più volte sconfitti.

In opposizione a Zoe e al suo favorito Leone Focas, prese il potere il generale Romano Lecapeno (919), comandante della flotta, che diede in sposa la figlia Elena a Costantino e poi fu nominato da questi co-imperatore  (920).

Leone Focas fu accecato, Zoe usci di scena  e ritornò in convento...

P.S.: Zoe Carbonopsine non va ovviamente confusa con l'altra Zoe, più nota, che sposò e uccise Romano III Argiro, poi fu la moglie di Michele IV e di Costantino IX.


Di seguito: folleis di Leone VI, di Costantino e Zoe, di Romano Lecapeno









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« Reply #46 on: August 20, 2008, 08:59:31 am »

AUTORE: Antvwala

TITOLO: 45) LA AKAKIA

La akakia è un rotolo cilindrico di panno rigido, o a volte anche di pergamena, chiuso alle due estremità, il quale conteneva un po' di cenere e simboleggiava la dacucità della vita umana: "cenere sei e cenere tornerai". 
E' un simbolo tipico del mondo bizantino e che appare sovente nella monetazione, ove l'imperatore viene raffigurato stringendo l'akakia con la mano sinistra. Esso, tuttavia, deriva dalla mappa consolare romana, un panno bianco che il console stringeva con la mano sinistra e con il quale dava il segnale di inizio dei giochi nel circo. Nel periodo tardo imperiale, talvolta l'imperatore appare stringendo la mappa e nell'iconografia tardo-romana non è sempre possibile dire con certezza se l'oggetto tubolare impugnato dall'imperatore sia una mappa o una akakia.
La presenza dell'akakia diventa frequente a partire da Giustiniano II (685-695), mentre precedentemente è solo sporadica.
Nella prima tra le immagini che seguono, viene riportato un follis siracusano di Giustiniano II e nelle quattro immagini che seguono, vengono riportati quattro esempi di trachy di Isacco II Comneno (1185-1195), che si fece sempre rappresentare stringendo l'akakia e con la mano di Dio che benedice la sua testa
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« Reply #47 on: August 20, 2008, 02:25:44 pm »

AUTORE: Antvwala

TITOLO: 46) LA TRIADE CAPITOLINA

Anno 205 aC: Annibale minaccia ancora Roma sul territorio italico e Publio Cornelio Scipione vuol passare dalla strategia difensiva, ancora in atto, ad una molto più aggressiva, portando la guerra sulle coste africane. Ma ecco che avvenne un prodigio: dal cielo cadde una pioggia di pietre! Vennero dunque consultati gli oracoli sibillini ed essi rivelarono che Annibale sarebbe stato sconfitto solamente se la Mater Idaea fosse stata prelevata da Pessinunte, l'antica città del Re Mida, dove si trovava la statua, e venisse portata a Roma.

"Iam comitiorum appetebat tempus cum a P. Licinio consule litterae Romam allatae se exercitumque suum gravi morbo adflictari, nec sisti potuisse ni eadem vis mali aut gravior etiam in hostes ingruisset; itaque quoniam ipse venire ad comitia non posset, si ita patribus videretur, se Q. Caecilium Metellum dictatorem comitiorum causa dicturum. Exercitum Q. Caecili dimitti e re publica esse; [nam] neque usum eius ullum in praesentia esse, cum Hannibal iam in hiberna suos receperit, et tanta incesserit in ea castra vis morbi ut nisi mature dimittantur nemo omnium superfuturus videatur. Ea consuli a patribus facienda ut e re publica fideque sua duceret permissa. Civitatem eo tempore repens religio invaserat invento carmine in libris Sibyllinis propter crebrius eo anno de caelo lapidatum inspectis, quandoque hostis alienigena terrae Italiae bellum intulisset eum pelli Italia vincique posse si mater Idaea a Pessinunte Romam advecta foret. Id carmen ab decemviris inventum eo magis patres movit quod et legati qui donum Delphos portaverant referebant et sacrificantibus ipsis Pythio Apollini omnia laeta fuisse et responsum oraculo editum maiorem multo victoriam quam cuius ex spoliis dona portarent adesse populo Romano. In eiusdem spei summam conferebant P. Scipionis velut praesagientem animum de fine belli quod depoposcisset provinciam Africam. itaque quo maturius fatis ominibus oraculisque portendentis sese victoriae compotes fierent, id cogitare atque agitare quae ratio transportandae Romam deae esset." [Tito Livio, Ab Urbe Condita, libro XXIX].

La Mater Idaea era un idolo che rappresentava la Magna Mater Cibele, ed era stato costruito utilizzando un "pietra caduta dal cielo", cioé un meteorite. Pessinunte, nell'Anatolia centrale, faceva parte del dominio di Pergamo.

Si inviarono cinque quinqueremi alla ricerca della statua. Quando la spedizione giunse a Delfo, l'oracolo ingiunse che quando la statua fosse arrivata a Roma, avrebbe dovuto essere affidata al migliore tra tutti gli uomini della Città. Giunti alla corte del Re di Pergamo, i romani ottennero la statua in dono. Tornati a Roma, inizialmente affidarono l'idolo a Scipione stesso, ed infine lo collocarono nel tempio della Vittoria, sul Palatino.

Il denarino di Domiziano raffigura al verso la Mater Idaea (Magna Mater Cybele) all'interno del tempio, mentre quello del magistrato Cn. Cornelius Blaso ci offre quello che si suppone essere il ritratto di Scipione.

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antvwala
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« Reply #48 on: August 20, 2008, 02:48:22 pm »

AUTORE: Antvwala

TITOLO: 47) L'ARABA FENICE

La Fenice, spesso nota anche con l'epiteto di Araba Fenice, era un uccello mitologico noto per il fatto di rinascere dalle proprie ceneri dopo la morte. Gli antichi egizi furono i primi a parlare del Bennu, che poi nelle leggende greche divenne la Fenice. Uccello sacro favoloso, aveva l'aspetto di un'aquila reale e il piumaggio dal colore splendido, il collo color d'oro, rosse le piume del corpo e azzurra la coda con penne rosee, ali in parte d'oro e in parte di porpora, un lungo becco affusolato, lunghe zampe e due lunghe piume — una rosa e una azzurra — che le scivolano morbidamente giù dal capo (o erette sulla sommità del capo). In Egitto era solitamente raffigurata incoronata con l'Atef o con l'emblema del disco solare.
Dopo aver vissuto per 500 anni, la Fenice sentiva sopraggiungere la sua morte, si ritirava in un luogo appartato e costruiva un nido sulla cima di una quercia o di una palma. Qui accatastava ramoscelli di mirto, incenso, sandalo, legno di cedro, cannella, spigonardo, mirra e le più pregiate piante balsamiche, con le quali intrecciava un nido a forma di uovo — grande quanto era in grado di trasportarlo (cosa che stabiliva per prove ed errori). Infine vi si adagiava, lasciava che i raggi del sole l'incendiassero, e si lasciava consumare dalle sue stesse fiamme mentre cantava una canzone di rara bellezza.
Per via della cannella e della mirra che bruciano, la morte di una fenice è spesso accompagnata da un gradevole profumo. Dal cumulo di cenere emergeva poi una piccola larva (o un uovo), che i raggi solari facevano crescere rapidamente fino a trasformarla nella nuova Fenice nell'arco di tre giorni (Plinio semplifica dicendo "entro la fine del giorno"), dopodiché la nuova Fenice, giovane e potente, volava ad Heliopolis e si posava sopra l'albero sacro [da Wikipedia].

La Fenice appare rappresentata al verso di alcune monete del medio e tardo impero, soprattutto di consacrazione. Il primo esempio è relativo ad un aureo di Traiano ed il secondo ad una maiorina di Costante.

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